mercoledì 25 febbraio 2015
Ipnotiche realtà!!!
Grazie a Luigi Marchese, un fan che girovagando e fotografando per paesi lucani ha realizzato questo meraviglioso scatto, mostrandoci che, in fondo, in ogni angolo, in ogni luogo se osserviamo bene possiamo ritrovare personaggi, luoghi, situazioni e .... oscillazioni ipnotiche!!!
venerdì 6 febbraio 2015
25 ANNI DI GEOLOGIA (IN REALTÀ 27)
Oggi ottengo il mio timbro d’argento, sono passati 27 anni dal lontano 1988 in cui ho ottenuto il mio sudatissimo timbro professionale da geologo, fino a stamattina non ci ho pensato molto e, forse, se non mi fosse capitata sotto mano una vecchia foto bastarda che mia madre conserva su una mensola che mi riprende nel letto del torrente Camastra, avrei continuato a non pensarci e invece…..
Cazzo se ne è passato di tempo, quante facce, quanti posti, quante montagne ho scalato in questi anni, mi ritornano in mente per immagini, i miei piedi al margine della cresta calcarenitica su cui sorgono i templi di Agrigento, una dolina sul monte Fossino, l’acqua della Sorgente San Giovanni di Castelluccio, i frammenti delle case ancora distrutte sotto la frana di Senise, Roccanova, Castronuvo, Latronico, il caldo di Leptis Magna, le cime dei monti Fagaras in Romania, le chiesette di Salatrocu e il Pope che ci racconta degli ori e delle icone, il lago Vidraru, le gravine di Matera, di Ginosa, di Palagiano, le sorgenti del Monte Sirino, l’Acqua di Colantonio che va in letargo d’Inverno e di sveglia a primavera, i vulcanetti di fango presso Vaglio, la puzza di zolfo della Solfatara di Pozzuoli.
Ponti, strade, dighe, gallerie, fabbricati, geoarcheologia, ferrovie, acquedotti, pozzi, qualche migliaia di perforazioni eseguite nel sottosuolo in giro per l’Italia e all’estero, facce di clienti, il sorriso di una vecchia algerina davanti all’acqua che usciva da un pozzo appena eseguito, la fatica disegnata sul viso degli autisti delle pale meccaniche che combattevano per tenere aperta la Statale 90 invasa da una frana gigantesca.
Fare il geologo è la cosa migliore che possa capitare a chi ama la natura ed è dotato di fantasia, secondo me due doti indispensabili per fare un buon geologo, senza immaginazione non si fa strada, non è un lavoro da ragionieri o da ingegneri, ci vuole esperienza, apertura mentale, la natura non si lascia mai leggere facilmente, bisogna conoscere le regole e saperne intuire le eccezioni.
Sono stato fortunato, ho avuto grandi maestri, ho lavorato con il Professore Cotecchia, “Il Professore”, mi ha insegnato tutto, mi ha dato metodo, mentalità, mi ha insegnato a incanalare la mia immaginazione nella giusta direzione, il suo studio negli anni 90 era una fucina delle migliori menti nel campo della geologia applicata italiana, fianco a fianco c’erano Ordinari, Ricercatori, Ingegneri, Geologi, disegnatori, topografi in squadra su ogni progetto.
Mentre in quel periodo Ingegneri geotecnici e geologi si beccavano su conflitti di competenza, importando nel mondo della professione un conflitto nato nel mondo accademico, io vivevo professionalmente in una sorta di Accademia in cui il confronto era libero e lo scambio intensissimo, ne uscii per mia volontà nel ’94 con un bagaglio di esperienza importantissimo.
Credo di non aver mai detto un sincero e sentito grazie a Vincenzo Cotecchia, vorrei chiamarlo per dirgli quel grazie che non gli ho mai detto, un grazie per avermi insegnato moltissimo.
Fare il geologo è difficile, ci vogliono occasioni per fare esperienza, per vedere cose nuove, fenomeni, situazioni, per crearsi la propria biblioteca di conoscenza di cui i libri e l’Università, ahimè, non costituiscono che gli abbecedari delle prime classi.
Non c’è libro che ti può insegnare a riconoscere una frana, né a comprenderne l’evoluzione, ne devi aver viste tante e tante, devi aver messo gli scarponi nel fango tante volte e scalato tanti pendii per arrivare a sentirti abbastanza sicuro di riuscire a riconoscerla in tempo.
Non c’è libro che ti insegni a seguire le vie imperscrutabili delle acque sotterranee, a coglierne i segni minimi, a percepirne il flusso fino ad intercettare le sorgenti o i punti utili per realizzare un pozzo.
I miei colleghi di oggi sono molto digitali, le parole d’ordine sono GIS, WEB GIS, computer, tutto molto lontano dal “mente et malleo” che ha ispirato le generazioni di geologi che mi hanno preceduto e anche la mia.
Ma ogni tempo ha i suoi metodi e le sue tecnologie, io pur continuando ad essere un geologo che sperimenta le nuove tecnologie rimango ancorato a quel mente ed malleo che è il nostro motto.
Dopo 27 anni di professione, e oltre 30 che frequento il mondo della geologia, domani ritiro per la prima volta qualcosa che ha un valore simbolico rispetto al mio impegno professionale, pensavo che non fosse importante, pensavo di fare il superiore, pensavo che alla fine fosse una cosa come un’altra da fare tanto perché si fa e invece oggi mi sono messo a pensare e ho capito che non lo è.
Porterò con me la mia bussola e il mio martello, fanculo se mi fermano i Carabinieri e mi chiedono che ci faccio, fanculo se qualcuno mi guarderà un po’ strano, entrambi sono con me dal 1982, ero ancora studente quando li ho comprati, il mio martello insieme alla mia mente fa di me quello che sono: Un geologo.
Tanti auguri a me.
Giampiero D'Ecclesiis
martedì 27 gennaio 2015
Fattariello 2015 - FANTASIE E REALTA'
2 gennaio 2015 alle ore 18.17
Giacomo Della Pietra amava Violante Cassiodoro incontestabilmente, senza dubbi, senza reticenze; isso era nu' bell'ommo, si era innamorato di quella cascata di capelli rossi e della giovinezza che traspariva da ogni sguardo, da ogni mossa della sua bella Violante che spergiurava per lui un amore appassionato.Violante era una donna che non passava inosservata, bella di viso e di figura, sfrontata quanto basta, imponeva facilmente la sua presenza e Giacomo, che dopotutto non era da meno, era stato colpito da questa sua carica vitale che, come diceva Lui stesso, l’accendeva come una cometa.
Ora fin qui a te, caro lettore, potrebbe sembrare che tutto fili per il meglio, lui e lei innamorati, che si piacciono, belli entrambi, insomma ‘na situazione ‘e paradiso!
Ma non è tutt’oro quello che luce.
Fin dalla età più tenera Giacomo aveva la capacità d’asciresene ‘n fantasia, che per i non napoletani vuol dire avere la capacità di sognare ad occhi aperti, era capace di fissarsi su un pensiero e una storia e di viverla ad occhi aperti sentendo su di sé tutte le emozioni e le situazioni in maniera vivissima, quasi una sorta di transfert che lo catapultava in un mondo parallelo.
Il suo libretto di licenza media inferiore riportava testualmente “Lo studente a tratti si estranea dalla realtà alla quale ritorna sussultando se richiamato…”, continuando con un profilo non troppo lusinghiero delle sue capacità cognitive che il tempo e la vita provvidero a confutare insieme alle capacità di valutazione del suo antico docente.
Un giorno Giacomo, di ritorno dal lavoro, ebbe la bella idea di chiamare la sua dolce Violante al suo numero di ufficio presso lo studio dentistico Bella Salma, erano le 11 e a quell’ora la sua amata era certamente in ufficio e, quindi, il Della Pietra, dopo aver preso un bel caffè al Bar Passalacqua nella piazza del paese, si recò alla cabina telefonica per chiamare la sua bella.
Al quinto squillo di telefono senza risposta gli si propagò un vago senso di inquietudine che represse prontamente pensando “Sarrà asciuta a’ se piglià ‘o ccafè”, uscì dalla cabina un po’deluso e si avviò presso il suo ufficio.
Alle 13,00, come tutti i giorni, appuntamento al parco e lì la bella Violante si lasciò sfuggire “Ammore bello, oggi non ti sei fatto sentire proprio, pensavo che mi chiamavi, so stata allo studio tutta la mattina!” – al che prontamente Giacomo replicò –“Ma comme! Te chiammaje e tu non rispondevi? Addò stive?”, insomma una piccola discussione che finì attribuendo il mancato contatto ad un disguido della linea telefonica, dopo sorrisi, baci, abbracci, sospiri d’ammore e un piccolo sommesso trrrrr, trrrrr,trrrrr, trrrrr nella testa di Giacomo che cominciò a lavorare.
“La linea telefonica che non funzionava? Mhà! Nun era maje succieso! Bhà….Va bbuò mo nun facimme tragedie, sarrà stato nu caso! …..Mhà….. E se invece ……! Nooooo! Ma quanne maje! E poi pecchè? Nooo, Giacomì, nun da rette a fantasie, lassa sta!”
Questo, grossomodo, era il ragionamento che fluì più volte nel corso della giornata nella testa di Giacomo poi, lentamente, il pensiero sfumò e rimase silente nella testa.
- Pronto? Ammore? Ce verimme? Io esco per accompagnare mia nipote a suonare pianoforte, accussì, mentre Lei sona nuie ce verimme e ce damme nu bacetto? Che dici Giacomo ce verimme a Via Cavour, va bene?-
Giacomo arrevaje comme a nu fulmine, tutto contento di potersi vedere un'altra volta con la sua bella Violante, quanne furono le otto Isso dicette,
- Ammore, io me ne devo andare, tengo un appuntamento di lavoro e nun pozzo proprio mancà. Ce sentimmo cchiù tardi?-
_Va bene – dicette Violante – solo se faje tardi nun chiammà che lo sai che Papà si arrabbia!-
Ore 21 Resoconto della telefonata di Giacomo Della Pietra a Violante Cassiodoro.
-Pronto ? Uè, ciao ammore bello come staje?-
-Uff, so stanca che non hai l’idea, quanne tu te ne jette, pe tramente che aspittavo a mia nipote Luisella, facette quattro passi giù al corso, aggio incontrato a mio Zio Michele e il figlio del notaio Percuopo, Michele, abbiamo fatto due chiacchiere-
Il figlio del notaio Percuopo era un ex spasimante di Violante, la botta di arraggio nella testa di Giacomo su immediata e incontenibile
-Ah! Ma guarda un po’! Proprio a isso aveva ‘ncuntrà eh?-
-Ehhh quanto sei esagerato, nun fa ‘o geloso, c’era anche mio zio Michele…-
Istantaneamente nella testa di Giacomo si formulo il pensiero –Chest’ ‘o dici tu!-
-…Ancora stai appresso a isso, lo sai che io amo solo a te…”
Insomma ne seguì una piccola baruffa con esito da innamorati, conclusasi con promesse d’amore eterno, baci, tenerezze e appuntamento all’indomani.
Tutto passato tutto finito, tutto superato ma il TRRRR, TRRRR, TRRRR, TRRRR nella testa di Giacomo era oggettivamente diventato più forte, la miscela era oggettivamente infiammabile, un poco di gelosia, un po’ di frustrazione, una grande fantasia, Giacomo accumminciaje a dare i numeri.
Alla Salumeria Sole, invia Libertà il titolare Emanuele Sole affettava il prosciutto con aria professionale e seria e con una precisione sullo spessore della fetta da fare invidia al più preciso dei computer. L’ordinazione proveniva da casa Cassiodoro, Don Filippo, il padrone di casa, era uomo pignolissimo e pretenzioso, per Lui solo il miglior taglio di prosciutto, tagliato finissimo e portato fresco fresco a casa.
Intanto si erano fatte le 12 e quel fetente di Giannino, il ragazzo delle consegne, non era tornato ancora e fu così che, a malincuore, ‘On Emanuele affidò il compito di consegnare la spesa di casa Cassiodoro a Luigino, il suo secondo giovane di fatica, poco avvezzo alla fatica e,soprattutto, assai ignorante.
-Signò! So Giggino v’aggio purtato a spesa ! Ecco qua signora bella, qua sta il conto.
-Va bene Giggì, aspetta che prendo i soldi di là
Mentre la dolce Violante era di là a prendere i denari iniziò a squillare il telefono,Giggino tanto sfaticato quanto cafone non ci pensò due volte, prese il telefono e rispose.
Il seguito descrive l’andamento della conversazione telefonica:
-Pronto, sono io-
-Prondo? Chi è? So' Giggino, Chi vuoi tu?
-Ma chi è? Chi è all’apparecchio?
-Azz si surdo? Sono GiGGiNOOO! Tu chi si’? Che vuoi?
-Come Giggino? E chi è Giggino? Violante dove sta?
-Ah ah ah ah ah Chi la signora? E’ bona eh? Mo l’ho mandata di là
-Come di là? Come bona? Ma insomma che succede?
-Ueee’ma tu che vuoi? Ma lo sai che sei scostumata? Mo tenemme a che fa. Chiamma aroppe!
Il tumulto nella mente di Giacomo su istantaneo ed irrefrenabile, percorse volando la strada che lo separava dalla casa della sua bella con la testa piena di immagini di questo Giggino, voluttuosamente concupito dalla sua Violante. Nel frattempo la sua mente analitica e fantasiosa ripassava al setaccio tutte le minime discrepanze dei giorni passati: la telefonata mancata? Era a letto con Giggino! La passeggiata per il Corso? Era in cerca di Giggino! La visita dal dottore? Amplesso con Giggino! La visita dalle Zie? Amplesso con Giggino e forse anche col dottore!
Arrivò sotto casa di Violante come un lupo schiumante di rabbia, gli occhi in fiamme e con un ruggito rabbioso che gli risaliva dalle profondità della pancia pronto ad esplodere in un delirio di contumelie e offese, salì le scale a due alla volta e, quando la porta della sua amata si aprì,lo vide uscire arretrando intimidito mentre gli arrivava la voce incollerita della sua Violante:
-Animale! Imbecille!Cafone! Come ti sei permesso di rispondere al telefono? Quanta confidenza? Pezzo di cretino chi ti ha sentito avrà pensato che in questa casa abbiamo servi idioti. E se era il mio fidanzato al telefono? Pezzo di animale! Nun si manco buono a consegnare la spesa,domani il tuo padrone mi sente! Cretino! Cafone! Imbecille!
Lo sbattere violento della porta chiuse la sfuriata violenta di Violante al ragazzo del salumiere e fece cadere di colpo la benda dagli occhi di GiacomoDella Pietra.
-Mamma mia che granchio che stavo pigliando! Maledizione alla mia fantasia! Sarei stato capace di far succedere il pandemonio per nulla. Povero amore mio.
Se ne uscì alla chetichella dal portone di casa Cassidoro senza neanche osare bussare alla porta.
-Amore? Tesoro? Vieni qui. Vieni a vedere.
-Lo vedi? Se ne va, curnuto e contento. Simme state furtunate che è succieso u’ fatto di Giggino, adesso per un po’ non sarà più sospettoso!
Così disse Michele Percuopo mentre sfilava la vestaglia dal corpo nudo di Violante e guardava da dietro ai vetri il povero Giacomo che se ne tornava a casa contento, Lei gorgheggiò felice e chiuse la tenda dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la donna è mobile e l’uomo un punto fesso del suo infinito universo.
domenica 21 dicembre 2014
Pensieri d'Inverno
Oggi inizia la stagione invernale. Questa poesia è per voi.
Bruciano lentamente
scampoli di fuoco,
piccoli bagliori rossi
tra grigio di cenere.
Non scalda più il camino
avanza il gelo.
Alla finestra
lagrime gelate
non colano,
silenzio nella casa.
E resto lì in poltrona,
sotto la mia coperta
con la mente che viaggia
verso il caldo
e verso il tuo sorriso
che sa d’estate.
21/12/2013 | G. D'Ecclesiis
piccoli bagliori rossi
tra grigio di cenere.
Non scalda più il camino
avanza il gelo.
Alla finestra
lagrime gelate
non colano,
silenzio nella casa.
E resto lì in poltrona,
sotto la mia coperta
con la mente che viaggia
verso il caldo
e verso il tuo sorriso
che sa d’estate.
21/12/2013 | G. D'Ecclesiis
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mercoledì 3 dicembre 2014
Il Bucaneve.
IL BUCANEVE
Camminava lento il mulo quel mattino, l’occhi lacrimoso per il gelo e Michele imbacuccato nella sua giacca e col cappello calzato sulle orecchie andava a passo svelto maledicendo il freddo di stagione che non voleva passare.
Quella mattina di febbraio il cielo aveva il colore dell’acciaio, appena un ombra di arancio nella direzione da cui, tra un poco, il sole sarebbe sorto.
Camminava con attenzione Michele su quell’acciottolato scivoloso che si avviluppava come un serpente sul fianco della montagna sempre delimitato da ripide scarpate e, verso valle, da profondi dirupi. Era una piccola balza ricavata nella roccia sul fianco ripido della montagna lungo cui bisognava muoversi con attenzione con l’orecchio teso al rumore di massi che potevano in ogni momento franare dal pendio e l’occhio attento a non mettere il piede in fallo.
Era forte il freddo quella mattina e il mulo sui ciottoli ghiacciati di brina scivolava e faceva fatica a salire, Michele procedeva lentamente, con attenzione, pensando al calore della casa e alla madre già china ai lavori domestici e poi pensava a Lei, a quei suoi occhi neri e a quel sorriso che gli aveva fatto sul sagrato della Chiesa, di nascosto alla madre.
Lo schiocco della roccia spaccata precedette l’urto del masso sul sentiero di pochi secondi, il tempo di staccarsi dal pensiero di quella bella dagli occhi neri e dal sorriso come neve, e fu già tardi.
Mentre cadeva sentì gli urti sul corpo contro gli spuntoni di roccia sul versante e i ragli di dolore del mulo che cadeva innanzi a Lui, il tonfo al fondo del dirupo ebbe il suono sinistro dello scricchiolio di qualcosa che si rompeva, poi fu il freddo della neve e il buio.
Una lama di luce lo svegliò; il sole, ormai alto nel cielo, gli scaldava il viso il corpo giaceva inerte alla base del pendio, poggiato di fianco, con le gambe disposte come quelle di una marionetta ormai rotta, capì subito che qualcosa si era rotto, le sue gambe gli mandavano dolorosi messaggi d’allarme.
Si disperò Michele dandosi per morto, chi mai l’avrebbe visto alla base del dirupo? Pianse pensando ai balli nella piazza del Paese al suono del’organetto, alle corse nei sacchi durante la festa del patrono, pianse di dolore e di paura. Dopo un poco tornò il buio nella sua mente e svenne.
Un rumore leggero, come uno scricchiolio lieve, lo svegliò. Cercò di alzare la testa per vedere chi fosse lì vicino, cercò di gridare ma anche quel filo era spento e venne fuori un grido rauco. E lo scricchiolio ci fu di nuovo.
Davanti ai suoi occhi un mucchietto di neve pareva sollevarsi, si schiudeva come il guscio di un uovo sotto i colpi di becco del pulcino, e scricchiolava.
Poi, un puntino giallo fece capolino tra i cristalli di ghiaccio della neve e poi si sollevò pian piano il bucaneve.
E il bucaneve si schiuse davanti ai suoi occhi e quel rosa e quel giallo lo avvolse e il verde del calice gli sorrise.
Rimase a lungo a guardare quel piccolo pulcino giallo che combatteva per sfondare il suo soffitto di neve e per uscire al sole e alla vita, guardava silenzioso quella singolare lotta per la sopravvivenza tra il gelo della neve e la determinazione del fiore a ricercare il sole. E infine sbocciò. Il bucaneve aprì la sua corolla e prese il sole e la vita.
Si riscosse Michele, dolorosamente cominciò a alzare il tronco tra fitte di dolore cercando la vita, come il bucaneve.
Strisciò, si aggrappò, cercò un appiglio e risalì lungo la scarpata, con le gambe rotte che urlavano di dolore, cercando il tratturo per ritornare alla vita e, quando alla fine fu ritrovato dai fratelli che erano andati a cercarlo, quasi al limite del sentiero scosceso, sorrise e pianse e, come il bucaneve, si riaprì alla vita.
Passarono mesi per Michele, mesi di dolore e di fasce, mesi di dottori e di lenta guarigione e poi tornò.
Fu la prima passeggiata che fece in paese, col fratello, fino al luogo del bucaneve.
Il Bucaneve non c’era più.
Giampiero D'Ecclesiis
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domenica 23 novembre 2014
Domenica Mattina
Mi alzo presto, con un buco nel cuore che non si riempie, non dovrei averlo eppure c’è, ne circumnavigo il perimetro con la mente, percependo il vuoto di là del suo bordo, cercando di ritrarmi con un senso di vertigine, ma niente.
Succede talvolta che i luoghi, le cose o le persone che ci mancano ci arrivino addosso come un onda improvvisa e per un pò ci sommergono, ci smarriamo per qualche momento finché, più o meno velocemente, non recuperiamo l’equilibrio, poggiando sulla realtà che ci circonda, cercando di coglierne il bene, piano, fino a recuperare un po’ di equilibrio.
Questa è la storia della mia domenica mattina.
Esco di casa presto, con un peso sullo stomaco e un buco nel cuore, cerco di ristorarmi con un cornetto e un cappuccino, leggo il giornale, passeggio, mi ripeto di non pensarci, ma niente.
La mia mente corre sull’orlo del buco nero come la Perla nera di Jake Sparrow intorno al gorgo nel mare, anche la mia Calypso personale ne sa creare di vorticosi e io resisto passeggiando, provo a mettere la barra a dritta cercando di sfuggire.
Piazza Prefettura è ancora mezza vuota, il sole che finalmente è uscito dalle nuvole incerte del primo mattino, scalda ma solo il fuori, mi incammino verso Montereale alla ricerca di ispirazione e, forse, pace interiore.
All’uscita del ponte vedo Giovanni, con la pettorina blu è già al lavoro, Potentini Armati di Zappa – PAZ, è il nome che hanno scelto per questo gruppo di potentini che ripulisce il Parco, ci salutiamo, poche chiacchiere e mi ritrovo ad indossare la pettorina di Gianluca con un rastrello in mano.
Comincio a ripulire la stradina dal tappeto giallo e marrone di foglie autunnali e man mano che mi concentro a ripulire le aiuole percepisco un cambiamento, l’orlo del buco nero tremola, il gorgo pian piano si frange.
Non capisco bene neanche cosa succede, ma mi lascio portare e non mi sembra più di pulire la strada ma la mia mente, non sono più foglie quelle che spazzo e accumulo via, ma pensieri dolenti, li spazzo via, ripulisco il mio giardino e metto ordine, dopo poco il sole e il movimento mi fanno sudare ma non mi fermo, il mio mare interiore ora è calmo, respiro, riesco finanche a scherzare con un paio di ragazze che, come me, raccolgono foglie.
Vi domanderete forse perché vi racconto tutto questo.
Innanzitutto per dire a Giovanni che credo proprio che domenica ci vedremo di nuovo e che occorrerà che ordini felpa e pettorina anche per me, poi per dire che sono stato stupido, avevo intuito che mi sarebbe piaciuto, ma mi sono lasciato prendere dai mille problemi e dalla pigrizia, con entrambi posso far tregua per due ore la domenica mattina.
E poi per condividere due riflessioni sulla nostra Città.
Potenza è una piccola città, abitata da gente di provincia abituata a lasciar fare, a farsi governare, al limite a borbottare (protestare mai, non ci è abituata), eppure esiste una via per cambiare le cose, semplice, banale, quella di farle, di non aspettare, di smettere di fare i vagoni e cominciare a fare la locomotiva.
Mi ricordo com’era il Parco qualche tempo fa, e vedo com’è, a volte un po’ di lucida PAZzia serve a cambiare le cose, c’è da copiare, c’è da emulare, senza bandiere, senza etichette, solo cittadini che fanno senza aspettare.
La mia domenica è andata meglio, ho riempito il mio buco di foglie, e da grigio sono diventato giallo, marrone, rossastro, azzurro è stata una bella sensazione e una bella domenica mattina, ad ora di pranzo i miei passi erano più leggeri e la prua della Perla nera fendeva di nuovo il mare senza pericoli.
Buona Domenica.
Esco di casa presto, con un peso sullo stomaco e un buco nel cuore, cerco di ristorarmi con un cornetto e un cappuccino, leggo il giornale, passeggio, mi ripeto di non pensarci, ma niente.
La mia mente corre sull’orlo del buco nero come la Perla nera di Jake Sparrow intorno al gorgo nel mare, anche la mia Calypso personale ne sa creare di vorticosi e io resisto passeggiando, provo a mettere la barra a dritta cercando di sfuggire.
Piazza Prefettura è ancora mezza vuota, il sole che finalmente è uscito dalle nuvole incerte del primo mattino, scalda ma solo il fuori, mi incammino verso Montereale alla ricerca di ispirazione e, forse, pace interiore.
All’uscita del ponte vedo Giovanni, con la pettorina blu è già al lavoro, Potentini Armati di Zappa – PAZ, è il nome che hanno scelto per questo gruppo di potentini che ripulisce il Parco, ci salutiamo, poche chiacchiere e mi ritrovo ad indossare la pettorina di Gianluca con un rastrello in mano.
Comincio a ripulire la stradina dal tappeto giallo e marrone di foglie autunnali e man mano che mi concentro a ripulire le aiuole percepisco un cambiamento, l’orlo del buco nero tremola, il gorgo pian piano si frange.
Non capisco bene neanche cosa succede, ma mi lascio portare e non mi sembra più di pulire la strada ma la mia mente, non sono più foglie quelle che spazzo e accumulo via, ma pensieri dolenti, li spazzo via, ripulisco il mio giardino e metto ordine, dopo poco il sole e il movimento mi fanno sudare ma non mi fermo, il mio mare interiore ora è calmo, respiro, riesco finanche a scherzare con un paio di ragazze che, come me, raccolgono foglie.
Vi domanderete forse perché vi racconto tutto questo.
Innanzitutto per dire a Giovanni che credo proprio che domenica ci vedremo di nuovo e che occorrerà che ordini felpa e pettorina anche per me, poi per dire che sono stato stupido, avevo intuito che mi sarebbe piaciuto, ma mi sono lasciato prendere dai mille problemi e dalla pigrizia, con entrambi posso far tregua per due ore la domenica mattina.
E poi per condividere due riflessioni sulla nostra Città.
Potenza è una piccola città, abitata da gente di provincia abituata a lasciar fare, a farsi governare, al limite a borbottare (protestare mai, non ci è abituata), eppure esiste una via per cambiare le cose, semplice, banale, quella di farle, di non aspettare, di smettere di fare i vagoni e cominciare a fare la locomotiva.
Mi ricordo com’era il Parco qualche tempo fa, e vedo com’è, a volte un po’ di lucida PAZzia serve a cambiare le cose, c’è da copiare, c’è da emulare, senza bandiere, senza etichette, solo cittadini che fanno senza aspettare.
La mia domenica è andata meglio, ho riempito il mio buco di foglie, e da grigio sono diventato giallo, marrone, rossastro, azzurro è stata una bella sensazione e una bella domenica mattina, ad ora di pranzo i miei passi erano più leggeri e la prua della Perla nera fendeva di nuovo il mare senza pericoli.
Buona Domenica.
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martedì 18 novembre 2014
Racconto: Fantasmi a Colazione
FANTASMI A COLAZIONE
Quando Angelo mi chiamò fu una bellissima sorpresa, era davvero tanto che non lo sentivo, dai tempi dell’Università e sentendo la sua voce sempre uguale, con quel tono allegro e giovanile, mi prese una gran botta di nostalgia per le belle serate passate in compagnia di una chitarra e di qualche ragazza sugli scogli vicino a Castel dell’Ovo.
“Giampie’ comme staje? Mamma mia da quanto tempo nun ce sentimmo guagliù! Siente, t’aggiu chiamato perché saccio che si addivintato nu geologo assai ‘sperto e mi serve un aiuto per risolvere una ristrutturazione in una villa di famiglia, vicino ad Avellino. Che dici? Jamme, ce verimmo sabato mattina ad Avellino e poi jammo a vedere la villa e stiamo insieme sabato e dummenica, dormi da me a casa mia. Nun puoie dicere no. Aggie invitato pure a altri cumpagne nuoste dell’Università. La chitarra la tengo ancora, passammo duie juorne ‘nzieme!”
Come si fa a dire di no al tuo compagno di università? Come se Tex potesse dire no a Kit Carson, oppure come se Stanlio dicesse no ad Ollio, non è possibile. Mi ritornarono in mente mille episodi del periodo universitario, l’appartamento con le ragazze di economia e commercio, Antonia, la ragazza di Santagata dei Goti dalle gambe affusolate, i femminielli del piano di sopra, il nostro compagno Armando e la sua collezione di giornali pornografici, il Babà di Serafino, gli occhiali di Emilio, le risate.
Fu facile dire di si, più difficile lasciar trascorrere la settimana in attesa del sabato che alla fine arrivò.
Angelo era lì, sempre uguale, qualche filo bianco tra i capelli ricci e il suo sorriso trascinante ancora intatto, ci abbracciammo forte e partimmo per la sua villa.
Imboccammo una traversa della Strada Statale e ci infilammo in un lungo e stretto viale alberato che si allungava verso ovest e arrivammo davanti ad un cancello di ferro imponente, racchiuso in un muro di cinta ricoperto di antica edera, che immetteva alla proprietà del mio vecchio amico.
Era una grande vecchia masseria fortificata con due torri situate ai lati del corpo di fabbrica principale, un edificio imponente di tre piani, con le feritoie per sparare ai lati delle torri su più piani e lungo tutto il piano terra del corpo di fabbrica principale, ai lati due vetusti edifici semidiroccati dovevano essere magazzini e stalla.
Al centro della facciata principale un ampio portone a due battenti con uno stemma nobiliare e una porta di legno rinforzata da lastre di metallo e con una serie di chiodi sporgenti, due grosse maniglie e una feritoia per spiare da dentro.
Bussò forte Angelo, più volte, alla fine si aprì lo spioncino e due occhi di donna ci guardarono da dietro la fessura, subito dopo si sentì un grido gioioso da dentro, un rumore di chiavistelli ed entrammo, non feci in tempo ad adattarmi alla penombra dell’ingresso che fui stretto in un abbraccio profumato della fragranza del profumo Armani da donna e baciato sulla bocca, sarebbe meglio dire nella bocca, da labbra calde e da una lingua vorticosa, in cerca di conferme le mie mani andarono verso il fondoschiena della baciatrice e riconobbero Antonia la nostra amica che terminò il bacio sussurrandomi all’orecchio, “ti vedo sempre su facebook, sei migliorato col tempo ed hai conservato quel buon sapore che mi ricordavo”.
All’ingresso della casa, al lato della stanzona, troneggiava un grande camino acceso con di fronte dei vecchi divani e una grande specchiera di noce nazionale, sul lato destro una grande porta immetteva verso una stanza da cui si sentivano provenire le note della Kc an sunshine band, risate, e un vociare allegro.
Ed erano tutti lì, qualcuno perfettamente uguale a come l’avevo lasciato, qualche altro con pancetta e pochi capelli, qualche occhiale da presbite, qualche capigliatura sale e pepe, ma gli occhi erano tutti uguali come li avevo lasciati 28 anni fa, lucidi, febbrili, sguizzanti, alla ricerca del lato divertente della vita, fraterni e pieni di sollecitudine, grati per quel bell’incontro.
In un attimo furono abbracci e sorrisi, pacche sulle spalle, ammiccamenti alla volta di Antonia che indossava un tailleur blu che esaltava le sue gambe meravigliose ancora assolutamente mozzafiato con in più quel pizzico di fascino “vissuto” di una bellissima donna di 50 anni, perfettamente consapevole delle sue grazie e dell’effetto che avevano sugli altri.
Dopo un po’ Angelo mi chiamò da parte e mi chiese di accompagnarlo nello studio al fine di sottopormi la questione pratica per cui, al di là del piacere della rimpatriata che aveva organizzato prendendo quell’occasione come spunto, mi aveva chiesto di vederci.
Il problema di Angelo era la stabilità delle pareti della cantina situata sotto la casa dove erano conservate le enormi botti in cui faceva maturare l’ottimo aglianico che produceva nelle sue terre, mi spiegò la questione e alla fine concordammo di andare a dare un occhiata in cantina.
Era oggettivamente in cattive condizioni, gli archi di pietra che sostenevano le volte erano mal messi, in qualche caso la chiave era dissestata, gli antichi tronchi di legno che fungevano da sostegno erano in parte marciti, le pareti mostravano segni visibili di cedimento e vi erano vistose infiltrazioni di acqua.
Mi spiegò distrattamente che una volta parte di quella cantina era il cimitero di famiglia e che il Padre aveva provveduto negli anni ’50 a far rimuovere le sepolture e le ossa e a trasportarle nella tomba di famiglia ad Avellino, da qualche parte, disse, dovevano ancora esserci le spoglie di un cugina di suo nonno morta vent’enne di spagnola.
Stranamente, subito dopo questo racconto di memorie familiari la cantina mi sembrò più fredda e in più occasioni ebbi come la sensazione di una corrente fredda che mi carezzasse la nuca, ricordo che rabbrividii più volte cercando di dissimularlo mentre il mio amico mi precedeva in direzione delle scale che portavano alla casa e alla simpatica compagnia dei nostri amici.
La sera trascorse tra cibi e fiumi di vino, ingaggiai una lotta all’ultimo sangue con Emilio per chi doveva portarsi a letto Antonia che persi, diedi una ultima fugace occhiata alle sue gambe paradisiache mentre, ridacchiandomi e salutandomi con la mano si infilava nella stanza da letto di Emilio per andare a fare l’amore.
Entrai nella stanza che Angelo aveva fatto preparare per me, una specie di piccolo studiolo con una bella libreria e una scrivania in noce, con una bella lampada da tavolo di ottone dorato e una vittoria alata come ferma carte.
Mi sedetti sul letto, ormai stanchissimo e disfatto dal vino e dalla delusione di aver perduto l’occasione di rinverdire antichi fasti con la mia amica, e chiusi un attimo gli occhi.
Mi sentii sfiorare le guance da una carezza gelata che subito dopo mi sfiorò la nuca e la schiena strappandomi un gridolino di sorpresa e facendomi spalancare gli occhi, al naso un leggero profumo di magnolia e come una sensazione di nebbia davanti agli occhi.
Sarà stato il vino? Non lo so, di per certo ne fui spaventato e come i ragazzini mi misi nel letto coprendomi la testa con le coperte di lana, seguì un sonno tanto profondo quanto agitato.
Mi svegliai che il sole era appena sorto, una bruma grigia velava l’intera campagna rendendo finanche l’imponente muro di cinta della villa come un indistinta riga più scura persa nell’incertezza di un grigio soffuso, le querce erano forme indistinte e vaghe dall’aria minacciosa, di fronte a me, alla scrivania, Lei leggeva.
Era una ragazza bruna, magra, con indosso una sottile vestaglietta rosa dai mille merletti, al collo un piccolo cameo e una croce, un fermaglio d’osso sui capelli. Scriveva su un foglio con l’aria concentrata e le sopracciglia aggrottate, la lingua appena faceva capolino al lato della bocca.
La guardai sorpreso, lei per un attimo alzò i suoi occhi su di me e abbozzò un piccolo sorriso poi chinò il capo e riprese a scrivere; rimasi ad osservarla a lungo, al suo fianco da una tazza fumante di te si alzavano volute di vapore che salivano verso l’alto.
Ad un tratto alzò la testa e mi guardò e con una vocina sottile disse porgendomi la tazza, i suoi occhi verdissimi brillavano come smeraldi,
“Vuoi un po’ di te?”
Allungai la mano verso la tazza, quasi felice di quel gesto che mi confermava della sua presenza fisica, avevo quasi raggiunto con la mia mano la tazza quando il primo raggio di sole, dalla finestra, illuminò la stanza. In quello stesso istante la mia mano raggiunse la tazza e ne fu istantaneamente intorpidita un gelo profondissimo.
La vidi sfumare via come nebbia dal basso diventando via via più trasparente, l’ombra del suo sorriso e dei suoi occhi luminosi furono l’ultima cosa a sparire rimanendomi impressi nella mente; il mio sangue, di ghiaccio, riprese a circolare lentamente solo qualche minuto dopo.
Quando raccontai ad Angelo del mio sogno, così mi espressi cercando di razionalizzare ciò che avevo visto, lui non rise, mi guardò serio e mi disse che ogni tanto la sua antica cugina, di cui mi descrisse in maniera precisissima ed esatta le fattezze, compare a qualcuno, mi suggerì di andare via e di non tornare perché a volte, Lei, si affezionava ai suoi visitatori seguendoli a distanza fino alle loro case.
Non sorrideva, non mi stava prendendo in giro ed io mi spaventai.
Non sono più tornato a casa di Angelo da quella volta, mi capita ogni tanto, in quelle mattine di bruma spessa in cui mi alzo la mattina e guardo la mia città da dietro la finestra, di sentire un soffio freddo che mi carezza la schiena, quando succede, in genere, non mi volto a guardare chi c’è.
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